
Live in Tokyo
24 novembre 2011lo strano caso di un disco senza tempo, nonostante sia jazz e addirittura live.
Nella musica contemporanea, di solito nel rock, esistono dei capolavori definiti immortali: sono dischi che non risentono del trascorrere degli anni e che sorvolano i generi senza farsi etichettare. Nel jazz anche il più raffinato degli interpreti finisce per costruirsi un genere di nicchia figlio del suo tempo. Anche in questo caso ci troviamo di fronte una produzione tipica dell’epoca: trio ristretto con il piano a condurre, lasciando spazio alle scorribande della sezione ritmica. Siamo però al cospetto di Bill Evans nella sua forma migliore, rispettoso degli standard di cui alleggerisce il sostegno armonico per lasciare al piano svariate possibilità melodiche. Il trio non si abbandona mai all’ improvisazione sfrenata, anche se il basso e la batteria si concedono, a turno, break solistici di una certa “libertà”; la formalità della canzone non viene mai snaturata. All’ esplosione del free i detrattori lo definirono un pianista da bar. Per la loro gioia, in alcuni momenti, il suono si fa intimo, chiuso, un po’ da night, ma i fraseggi cristallini e l’ attenzione del nostro alla scuola classica da cui ha attinto nuova linfa ispirativa, elevano Bill Evans alla dimensione di pianista da concerto. Non siamo nè al Village Vangurd nè alla Royal Albert Hall, ma in ambedue i posti verremmo rapiti da questa musica sia quarant’ anni fa che adesso e sicuramente fra altri quaranta.
me lo vado a riascoltare!
Eh.
ti piace di più dei Joy Division, nevvero?