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JackTiny

7 gennaio 2017

jack

Per chiudere una giornata lavorativa non c’è modo migliore che andarsi a fare un aperitivo. Direttamente dall’ufficio senza passare da casa, con la camicia che, mille volte rimboccata nei calzoni, è diventata un organetto e i piedi bollenti dentro le scarpe con i calzini prossimi alla sacra ostensione.

Questa sera vi preparo un cocktail che stira le camice e rinfresca i pedalini: il Cocktail Martini, il re degli aperitivi. Questo drink alleggerisce la coscienza, scioglie le mascelle serrate pungendo ai bordi della lingua e riporta il sorriso sulla vostra faccia.In tutta onestà confesso che non è in grado di stirare camicie, ma di sicuro già dopo il primo sorso non vi fregherà un cazzo di come siete vestiti, perché state bevendo un limpidissimo martini in un altrettanto limpido bicchiere, ai bordi del quale si sta formando un elegantissima brina, mentre la maggior parte degli avventori sta incrostando di violetto i bordi del suo bicchiere di vino.

Personalmente chiedo perdono al Martini perché ne ho abusato nella quantità e nel modo. Dopo il lavoro, al cala sole, al mio solito baretto ordinavo un Hemingway, vale a dire una versione molto molto secca.

Una sera me ne sono fatto servire una caraffa e l’ho scolato con l’ aiuto di due amici riempiendomi la bocca dell’ aneddoto secondo il quale il signor Hemingway, chiedendolo ogni volta più secco, avesse talmente esasperato il barista da indurlo a gettare il vermouth già inserito nel mixing glass completando il cocktail con il solo gin. In realtà il noto frequentatore internazionale di bar era solito chiedere al Cipriani dell’Harry’ s Bar di Venezia un Martini composto da una parte di vermouth e quindici parti di gin, lo chiamava Montgomery perché diceva che anche il generale  Montgomery attaccava battaglia solo quando le sue forze rispetto all’ avversario erano quindici a uno (bella fia nda).

Quello che è certo è che nonostante i bottoni che attaccava non c’è nessun cocktail a nome Hemingway e nemmeno a nome Montgomery. Esiste solo il cocktail martini in cui le proporzioni fra vermouth e gin variano a seconda delle preferenze, preferenze che recentemente hanno portato addirittura a sostituire il gin con la vodka, James Bond, altro noto alcoolizzato internazionale, insegna.

In questo locale per il momento non vedo né scrittori famosi né agenti segreti al servizio della regina quindi ve lo servo secondo le ricette ufficiali:
– quella dell’ IBA : 1/5 di vermouth dry e 4/5 di gin
– E questa proveniente da un trattato del ’48 di cui mai vi rivelerò titolo e autore.
7 parti di gin inglese
1 parte di vermouth (dry) francese

Qui si prepara solo in questi due modi, nel mixing glass con poco ghiaccio, prima il gin e poi il vermouth, cucchiaio lungo e mescolare, versare nei bicchieri da cocktail (la trombetta che vedete in foto) completando con uno sprizzo di buccia di limone. A me piace servito con l’ oliva, non avete idea di quanto faccia piacere trovare un oliva nel martini quando avete fame.

Martini dove

L’ importante è che sia un posto mediamente affollato, sarebbe sconveniente condividerlo con le scarpe di chi vi urta, io poi al terzo divento sgradevolmente espansivo e le gomitate non facilitano la simpatia.

Ascoltando cosa
Le solite robe mal assortite dei localini alla moda, per personcine alla moda
Qui nel Bar di un certo livello per persone di un certo livello, andremo in ordine coi Martini
– Prima trombetta (il bicchiere nella foto) High Noon di Kruder & Dorfmeister. Si scioglie il ginocchio danceble
– Seconda trombetta Sexy Boy di Air Si scioglie anche l ‘imbarazzo e le battute si fanno audaci
– Terza trombetta Block Rockin’ Beats di Chemical Brothers. Qualcuno l’ ha presa male, le battute si fanno pesanti, sarcasmo e molestia; i permalosi per cortesia fuori dal bar, gli altri abbiano il buon senso di stare lontano dalle vetrine.

Ultimo appunto tecnico: Non è richiesto obbligatoriamente l’ impiego di vermouth Martini. Il suo nome deriva dal barman che lo ideò, il Sig. Martinez e non dalla casa torinese di vermouth.

E ora continuiamo con a baldoria, We are about ready to rock steady back with another of those block rockin’ beats.

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Trenitalia Zapoj

19 maggio 2016

IMG_20160503_151111Domenica, mattina, vado a prendere il treno. Una sosta per fare un bancomat, ma la scheda non entra. Merda, non ho un soldo in tasca riprovo,ma non entra, ri-merda. Provo con una carta elettronica e via che se la ingolla d’un fiato:
SALDO DEPOSITO EUR. 10,00.
E chi se ne frega, mi vanno bene dieci euri, non c’ho soldi devo fare 5 ore e mezza di treno, devo attraversare lo stato da est a ovest, dieci euri vanno bene, ci compro un caffè, un panino e l’acqua, mezza gasata, nel senso del mezzo litro ma anche che è mezza sgasata.
Dammi le dieci euro cazzo! TAGLIO NON DISPONIBILE.
Puttana vacca maiala troia, riprovo col bancomat, non ri-entra, ri puttana majala vacca ri-troia. Mi calmo e vado al bar, che tanto se lo vado a racconatre che volevo prelevare dieci euro al bancomat faccio pure una figura di merda, nemmeno il distributore della benzina piglia più i dieci euri.
Arrivato al bar chiedo se mi fanno la gentilezza di cambiarmi 50 euro con il bancomat, ma mi comunicano che non hanno ancora acceso la macchinetta perché tanto fanno solo piccoli importi. Una nube di punti interrogativi mi offusca la mente mentre la lingua è pronta a sfogare questo disagio in madonne e animali di piccola stazza, quando il barista si offre di darmi lui 50 euri in prestito. Nodo in gola senso di colpa poi gli spiego del treno, che i soldi erano giusto per non viaggiare senza contanti, biglietto pagato, albergo pagato, insomma a destinazione poi avrei prelevato alla bisogna. Rifiuto conseguentemente, scrocco comunque un bel caffè, bevuto in fretta e quindi a mille gradi centigradi, mi ustiono fino alla trachea e scappo in stazione.

Arrivo che il treno è già pronto sul binario. Salgo, trovo il mio posto, mi sistemo, mi metto comodo sul sedile e già ho voglia di alzarmi per andare al vagone ristorante. Ma dove vado, non c’ho un soldo, vado al cesso senza fare niente e torno a sedere. Devo fare la cernita degli spiccioli, è l’unica soluzione, devo rastrellare ogni anfratto del mio vestiario, del trolley, della borsa da lavoro e del mio corpo, escludendo quelli marroni che non pigliano più nemmeno nelle elemosine; i zingari li pigliano ma ti mandano il malocchio, i neri levano la mano, i barboni comuni li usano per tirarli dietro a chi non gli dà nulla.

Insomma esclusi i marroni che costa di più contarli che coniarli, totalizzo nove euro e settanta centesimi, con i quali in queste ore di viaggio posso acquistare un caffè, una bottiglia d’acqua da mezzo litro e un toast da treno. Il toast da treno è un prodotto singolare: il formaggio, o chi ne fa le veci, all’interno fonde a milleottocento gradi, e li mantiene finché non dai il primo morso, mentre il pane resta freddo assumendo la consistenza di una ciabatta bagnata. Tutto sommato un conforto minimo che in oltre cinque ore di treno non va sottovalutato. Non ci rientrano, però, gli alcolici.

Che peccato gli alcolici in viaggio sono poesia, il treno è il miglior posto dove bere, penso che chi scende sobrio da un treno abbia sprecato un po’ delle sua vita.
Con un  confettino di una qualsiasi benzodiazepina in commercio e una birra ghiacciata o una bottiglia da 1/4 di vino il sedile diventa più comodo, se ci bevi dietro una grappa o un amaro tutti i cigolii, i tentennamenti e gli scossoni trasformano il treno in una dolce melodia danzante. Ripetendo più volte questo schema sembra che il convoglio abbia abbandonato i binari e volteggi in aria, poi si vomita anche l’anima e si riparte con la birra.

Con i miei nove euro e settanta cent. di spicci io però mi devo accontentare di un viaggio analcolico. Mi metto a spippolare malinconicamente il cellulino quando in fondo al vagone spunta l’omone in livrea bordeaux con i guantini bianchi che barcolla spingendo il carrello con le vivande da offrire ai passeggeri in prima classe.
Splendido uomo con un contratto a tempo indeterminato impiegato in un’importante azienda statale, tu porti gioia, stabilità e prosecco. E vai!
Mi chiede se preferisco uno snack dolce o salato, “ma guarda” gli rispondo “io punto tutto sul prosecco”. Et voilà un bicchiere quasi colmo. “senti” gli dico “ma tu dopo Bari ripassi per quelli appena saliti?” “certo” risponde “e giureresti di avermi già visto prima di Bari?”.

Se ne va con un sorriso complice, meraviglioso uomo con un posto fisso presso il gruppo Ferrovie dello Stato; e io, con questo senso di stabilità, con il treno che cigola, con i sedili di prima classe malconci come quelli di seconda classe, tracanno il mio prosecco in due sorsate e rifletto sulla trenta euro di differenza che ci sono tra il biglietto di prima e quello di seconda classe. Trenta euro di differenza che sostanzialmente consistono in gente più silenziosa e un bicchiere di prosecco, che con quei trenta euro, di prosecchi, alla carrozza ristorante, ne bevi almeno cinque o sei, però poi ti vai a sedere in seconda classe e lì per viaggiare ci vuole almeno una bottiglia di vodka di quella seria.

Buon viaggio Compagni la capitale mi aspetta con i suoi čekisti sempre in guardia e le sue tentazioni.

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Umberto Eco, Lunedì Film e i feticci da salotto.

21 febbraio 2016

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Eco Umberto, i suoi due romanzi più famosi hanno rappresentato l’oggetto più ingombrante da portarsi in ferie per milioni di italiani.
La prima edizione del nome della rosa, quel tomo con la sovra copertina rossa e la sezione labirintica della biblioteca di un colorino pallido, ha campeggiato nelle verande dei residence assolati della costa italiana per tutti gli anni ’80. Appoggiato sui tavolinetti, sulle sedie, tenuto in mano dal vacanziere che in procinto di leggerlo si è messo a parlare con il vicino del bilocale affianco che la sua Thema diesel non ha niente da invidiare alla mercedes.
Il libro troneggiava sopra tutti i gadget vacanzieri che sostano nei giardinetti dei bilocali, la fiocina, il retino, le pinne, i teli da mare, i fumetti, le parole incrociate, lui spiccava di vita propria, monolitico, immobile, intonso nella maggior parte dei casi.
Un’Icona.

No no io sono onesto: mai letto.
In casa c’erano tutti e due, padre era lettore raffinato e quando gli chiesi se leggere prima il nome della rosa o il pendolo mi diede Leggi il seguito di questo post »

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Tecniche di dissuasione dell’operatore di call center e dello spreco di tempo al telefono fisso.

2 febbraio 2016

Phone_Scene– buongiorno ho un pacchetto offerta per la linea di casa voce e dati creato su misura per lei…
– si ma io non ho casa vivo in una suite all’hilton deve chiamare la reception.
– buongiorno… (tac)
(CIRCA UN MINUTO)

– Buongiorno chiamo dalla Palla Palla Washington dovrei parlare con il titolare del contratto di fornitura luce e gas…
– Satana satana satana
– …(tac)…
(CIRCA MENO DI UN MINUTO)

– Buongiorno chiamo per informazioni urgenti sul suo contratto acqua-luce-gas-idrogeno-ossigeno-fotosintesiclorofilliana… Leggi il seguito di questo post »

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I Giovani Per Sempre

21 dicembre 2015

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Il più grande disastro del novecento sono stati i ragazzi.
Fino al boom economico, almeno in italia i ragazzi non esistevano, c’erano i bambini, poi paf peluria, bum sviluppo, tuta da la voro e via ecco su un uomo.

Si poi c’erano quelli che andavano a scuola, ma era una categoria protetta quelli erano gli studenti.

Con il boom economico ecco il disastro, si creano i giovani e tutto un universo, assolutamente in vendita, a loro misura. Insomma i giovani hanno cominciato ad esistere quando la società se li è potuta permettere.

Poi il disastro gli anni ottanta, la cosa trascende arrivano i giovani per sempre. Cosa sono i giovani per sempre? L’ho scoperto alle recite scolastiche della mia bambina, sono uomini, quarantenni vestiti come enzo braschi, sono signori di mezza età con i jeans attillati e le palline che gli vanno una a destra e una a sinistra della cucitura, uomini con lo zoccolo di cammello. Ma poi con la crisi che dilaga, l’orrore di plastica e acrilico le sneakers anche d’inverno, che tragedia, che orrore e la cosa più orribile è che l’abito fa il monaco, il cervello infatti è rimasto li negli anni ottanta, solo che come per l’economia si è impoverito, la crisi  è degenerata e dal conto in banca si estesa al cervello.
Buon Natale,

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Più Parcheggi e meno Pompei, meglio l’asfalto delle rovine romane.

11 luglio 2015

20150607_143324Ti negano di pagare con carta, e se insisti che hai solo quella perché purtroppo con la normativa in vigore dal 2012 soldi in contanti non te ne arrivano più, rispondono parole brutte e poi ti indicano il bancomat più vicino.

Ok hai deciso che la tua rivoluzione sulle limitazioni di danaro contante la fai contro di me e il mio pacchetto di favorit con anelli, va bene. Quando è uscita la legge avrai smadonnato come tutti i tuoi amici bottegai però poi ti sei limitato a rifiutare di farmi usare il bancomat e avanti così.

Bravo non ti piegare al sistema, fai bene, l’avrei fatto pure io se avessi potuto, ma ho preferito non adottare stupidi sotterfugi, visto che non ho avuto il coraggio di sparare.

Rieccomi qua caro. Spendo 5euri e 75cent, eccoti un bel 50 euri.

Ancora quella faccia storta. Ma avrai mica un malaccio? Aaah ho capito: un pezzo da cinquanta ti da problemi con il resto.

“Senti capo è il problema dei contanti, spesso va fatto il resto”
“Si si non faccia troppo il polemico vado qui di fianco a cambiare…”

si si vai a cambiare, che mo ti faccio la sorpresa.

Prendo lo scontrino e il resto dei cinguanta euri, estraggo biglietto da vista, mostro partita iva e indirizzo e chiedo la fattura per i cingue euri e 75cent.

Si è scatenato l’inferno, giuro, c’è finita di mezzo anche la mamma. Io invece gli ho rivelato che la sua faccia storta mi ha fatto preoccupare che soffrisse di un malaccio, e che comunque non si deve mica stare tanto tranquilli, oggi sei qui a incassare contanti domani sei la che incassano te dentro a un cassettone d’abete.

Ancora un quarto d’ora di panico, ho anche afferrato un espositore minacciandolo che gliel’avrei messo al collo. Poi i presenti hanno placato gli animi, consigliando al negoziante di fare quella cazzo di fattura così mi sarei tolto dalle palle.

Ecco ora ho una fattura di cingue euri e settantacingue centesimi da registrare; in culo a lui, alle riforme, alla semplificazione e quei valori sani che solo le piccole botteghe mantengono nei confronti dei clienti, mentre nelle grandi distribuzioni ormai non c’è più calore, è tutto così brutale… ma vaffanculo.

Viva i megastore, i parcheggi e gli OGM.

Basta discussioni: radete al suolo Pompei e asfaltate, non vi meritate un cazzo se non dei comodi parcheggi dove ammazzarvi coi gas di scarico.

Pace a tutti ‘n atomica for all
Jack

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Crollo e Declino della Democrazia Occidentale

7 aprile 2015

illus0001Avevo deciso di non esprimere più, su questa piattaforma nessuna idea o ideologia che non finisse con “fottesega” o “leccamelo”, ma purtroppo il grave fatto di ieri nei pressi della mia città, nella quale non vivo più da quasi cinque anni, e la tragedia dell’ Airbus, mi portano ad espormi. Poche settimane fa un co-pilota, che stava su un airbus al limite della legalità, cioè sfruttando alcune lacune normative che le compagnie aeree private aggirano per mettere in cabina chiunque abbia un brevetto di volo, ha neutralizzato il pilota, si è messo alla guida ed ha condotto il velivolo contro una parete di roccia. Bum tutti morti.

Sono seguiti giorni di concitati giudizi, i terroristi, i terroni, le compagnie low cost, l’effetto serra, invece è stata solo una grossa mancanza di attenzione nel selezionare il personale. Niente complotti o lobby marce, solo democrazia: ha il brevetto, può volare. Può volare, può pilotare un aereo con 150 persone. Democrazia.

Ieri la ruota di un TIR è esplosa in autostrada, l’automezzo ha sbandato e travolto una macchina lateralmente, schiacciandola contro la barriera new jersey. Poi fuoco, e purtroppo un morto.

E’ seguito un blocco del traffico e uno spreco di giudizi immondo, dalle critiche alla polizia stradale, alle ingiurie contro lo svincolo dell’uscita per Montecatini che rallentava il deflusso. C’è chi sostiene che non si è fatto nulla per evitare le code, chi addirittura sostiene che già a Migliarino le autorità dovevano informare i villeggianti di ritorno dalla pasquetta e farli scegliere una strada a loro piacimento, magari fornendo percorsi alternativi alla rotonda di torre del lago o davanti a Valè a Forte dei Marmi.

In realtà la polizia è stata piuttosto rapida nell’isolare il tratto di autostrada a rischio, riuscendo a far viaggiare i mezzi di soccorso contro mano. Da qui le falle e le ripercussioni sul traffico mi sembrano secondarie ma comunque in linea con lo stile democratico che guida il mondo occidentale.

Non c’è stata inefficienza da parte delle autorità, né dolo da parte della compagnia autostradale nelle segnalazioni, tutto si è svolto nel più completo rispetto della democrazia: L’autista del camion era patentato e quindi poteva guidare, nessuna segnalazione gli impediva l’utilizzo di quel mezzo e quindi lo portava in autostrada, in un giorno festivo anche con poco carico, con una gomma in brutte condizioni ad una velocità tale da non potere contenere un eventuale sbandamento.

Attenzione però non c’è stata infrazione della legge fino a che il pneumatico non è esploso. Democrazia, un morto. Ora è tutto da vedere, da chiarire, da capire, ma non si parla già più del caso copilota suicida, e già oggi non si parla più della tragedia che si è consumata ieri nel rogo dell’autostrada.

Una tragedia voluta, fatte di norme, di tutele, di picchetti per il rispetto e la garanzia dei trasportatori, di coloro che guidano un mezzo che con una sbandata laterale ti manda al creatore. Tragedie fatte di Democrazia dove si rispetta la privacy prima di tutto, ma si mettono 150 persone nelle mani di uno sconosciuto. Io ho solo paura, voi fate come cazzo vi pare. Tanto come al solito avete ragione tutti, siamo in democrazia.